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Omelia Domenica 25 ottobre 2009 - 30^ T.O. - Maestro che io veda!
 
 

nº 860
Omelia della 30^ Domenica del Tempo Ordinario
(25.10.09)
P. Luiz Carlos de Oliveira

Redentorista

 


“Gesù, abbi pietà di me!”

 

Maestro, che io veda!

 

Gesù, venendo dalla Galilea, passa da Gerico  nel suo viaggio verso Gerusalemme dove andrà a soffrire, morire e risuscitare, come aveva predetto. I suoi miracoli sono legati  alla sequela del discepolo. Lungo il percorso c’è un cieco di nome Bartimeo che chiede l’elemosina. Gesù lo guarisce. La guarigione del cieco è un insegnamento per la comunità di Marco. Per comprendere Gesù, la sua morte e risurezione, è necessario avere gli occhi aperti dalla fede. Il cieco, dopo essere stato guarito, segue Gesù. Professa la sua fede: “Gesù, Figlio di David, abbi pietà di me!”.  L’atto di fede viene prima della visione fisica,  poichè chiama Gesù con il nome di “Figlio di David”, che è il Messia di Dio. Prima di tutto si sono aperti gli occhi della sua fede in quanto ha riconosciuto Gesù. Dopo egli recupera la visione fisica. E’ come disse Gesù a Tommaso: “Beati quelli che crederanno senza vedere” (Gv 20,29). Credere in Gesù è un atto che può provocare delle incomprensioni, come vediamo: “Molti lo sgridavano per farlo tacere” (Mc 10,48). Ma egli chiama con più forza: “Gesù, figlio di David, abbi pietà di me!” (Mc 10,48). Gesù lo manda a chiamare. Gli stessi che lo avevano ripreso lo animano: “Coraggio, alzati, Gesù ti chiama” (49). Si instaura il dialogo: “Cosa vuoi che io faccia ?”  Risponde il cieco: “Maestro che io veda!” E Gesù disse: “Va’ , la tua fede ti ha salvato” (52) . L’atto di fede gli ridà la vista ed egli può ora vedere Gesù e seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme.  Infatti egli ora comincia a seguire Gesù . Anche la comunità è in cammino per seguire Gesù. Questa è la testimonianza che dà la fede davanti alla cecità dell’umanità. La sua missione è dirle: Coraggio, Egli ti chiama!

 

L’opera dell’amore misericordioso

 

Il popolo dell’Antico Testamento ha l’esperienza di Dio che, pur castigando le sue mancanze, perdona e riporta alla vita e alla gioia. Molti popoli sono esistiti e distrutti, senza ritorno. Il popolo scelto, per realizzare le promesse, vive sempre. Le promesse di Dio sono per le persone deboli e i malati. E’ per loro che viene la salvezza. Questo  riconosciamo e cantiamo nel salmo 125 e acclamiamo nel ritornello “Meraviglie ha fatto con noi il Signore, esultiamo di gioia!” E’ stata questa l’esperienza dopo l’esilio di Babilonia (597-538). Il profeta Geremia annuncia questo tempo di giubilo (Ger 31, 7.9). La lettera agli Ebrei riconosce la compassione di Gesù verso i deboli, poichè “Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza” (Eb 5,2). La misericordia di Dio in Cristo è opera dell’amore misericordioso. Gesù non mostra un Dio giustiziere ma misericordioso. Gesù ha appeso i nostri peccati alla croce

 

Dimensione umana del sacerdozio

 

Gesù è presentato come Sommo Sacerdote dalla lettera agli Ebrei , è l’uomo rivestito di debolezza. Suo splendore sono le sue piaghe, le nostre da lui assunte (Is 53,4). Riflettendo sul sacerdozio, comprendiamo che in Cristo abbiamo il modello dell’umanità: “Scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Eb 5,1).  Il cammino del sacerdozio esige  di avere gli occhi aperti sulle necessità dei deboli, come aveva Gesù. Il servizio sacerdotale deve manifestare la misericordia di Dio. Il sacerdozio,  visto solo sotto l’aspetto Divino,  si distanzia dal Cristo Sacerdote che si fece umano, in tutto come noi. In ogni Eucaristia abbiamo l’opportunità di avere la speranza nella misericordia

 

Letture: Geremia 31, 7-9; Salmo 125; Ebrei 5, 1-6; Marco 10, 46-52)

 

 

 

 

 
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