Omelia 24^ Dom.T.O. - 15.09.2013



 Gesù non ha paura di sporcarsi con i peccatori, è venuto per loro.
Dio è sempre pronto a perdonare i peccatori. Gesù ci mostra che il
comportamento di Dio è il comportamento del padre, della parabola, 
che accoglie e non del figlio che rifiuta.

n. 1266
Omelia 24^ Dom. T.O.
15.9.2013
Pe.  Luiz Carlos de Oliveira
Redentorista

Parabola del Padre Misericordioso

Un figlio perduto

Questo racconto lo chiamiamo la parabola del figliol prodigo ma in verità dovrebbe essere chiamato Parabola del Padre misericordioso poiché è questa l’immagine che Gesù usa. Egli vive lo scontro con la cultura religiosa dei farisei e maestri della legge(religiosa) che Lo criticavano perché accoglieva i peccatori e mangiava con loro (Lc 15,2).  Nell’interpretazione di questa parabola si dava attenzione alla situazione di “peccato” del figlio  che aveva lasciato la casa e lasciavamo a lato la riflessione che Gesù fa sul comportamento del fratello che rifiuta e del padre che accoglie. Gesù ci mostra il centro della parabola: voi siete come il fratello più vecchio perché non accogliete i peccatori. Avreste dovuto essere come il Padre che riceve a braccia aperte. Gesù  mostra che questa è la mentalità del Padre del Cielo che Lui incarna. Egli cerca la pecora e la moneta perdute. Racconta in dettaglio la parabola del figlio che abbandona la casa, prese l’eredità ( che gli sarebbe toccata solo dopo la morte del padre), si è disfatto del Padre in vita, ha sperperato la sua ricchezza ed è caduto in povertà. Andò a fare il guardiano dei porci che era l’estremo della miseria per un giudeo. E non poteva toccare neppure il loro cibo. Era la fine. Tornò indietro a causa della fame. Non contava sul perdono del padre. Il padre lo riceve e lo mette nello stesso stato di benessere che aveva prima. Non era un impiegato perché riceve i sandali, l’anello segno dell’alleanza di figlio, e riceve una festa  segno di accoglienza, come dice il Padre. Era morto ed è tornato in vita, perduto ed è stato ritrovato. Questa parabola risponde anche a un problema della comunità primitiva che rifiutava la presenza dei diversi nella comunità. Il Padre è il modello per la comunità: accogliere i più derelitti, gli impuri. E festeggiare come il Padre. Il padre non si preoccupa di diventare impuro nel toccare il figlio. Il figlio ritorna alla partecipazione piena nella casa del padre. La festa in Cielo per un peccatore che si converte ha una giustificazione: l’amore misericordioso del padre che lo manifesta in Cristo.

Un fratello senza fraternità

Il figlio più vecchio è il ritratto dei farisei e dei dottori. Egli è espressione anche di quei cristiani che rifiutano la presenza dei “diversi”. Arriva dal lavoro e ode da lontano l’eco della festa. Informato, si rifiuta di entrare. Grida verso il padre, accusandolo  di non aver riconosciuto il suo lavoro. Il padre mostra al figlio ciò che questi non aveva ancora capito: era vissuto nella comunione con il padre ed aveva tutto. Il comportamento del figlio più vecchio contraddice quello del padre che esprime la bontà di Dio Padre attraverso il Figlio Gesù, accogliendo i peccatori. Mosè si fece difensore del popolo peccatore davanti a Dio, chiamato dalle promesse fatte ad Abramo. La Chiesa impone, a volte, un rigore molto grande ai deboli. Non è lo stesso rigore che ha con i potenti e ricchi che hanno sempre tutto. Sembra che la legge non sia per loro.

Un cammino di fede

La pastorale è accogliere i peccatori che tornano e andare in cerca di coloro che si sono persi. Questa è la predicazione di Papa Francesco. Il debole deve avere spazio nella Chiesa. Viviamo una pastorale che “dà vitamine” a chi è sano. Così corriamo il rischio di essere cristiani senza Cristo, perché ci si è fatti un Cristo a propria immagine e ci si serve della fede invece di servire la fede! Non basta accogliere colui che torna, è necessario andare in cerca dei perduti. La pastorale deve essere basata sulla misericordia e non sull’applicazione di leggi esigenti. È necessario cercare la pecorella smarrita. Il padre non disprezza il figlio più vecchio: “Ciò che è mio è tuo” (31), ma è questo figlio che non capisce che è sempre vissuto nell’abbondanza del padre e che avrebbe dovuto andare incontro al fratello!

 

Letture: Es. 32, 7-11.13-14; S. 50; 1 Tim 1, 12-17; Luca 15, 1-32





 
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