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Riflessioni sui Defunti - Raccolta articoli - nov, 2017




nº 1697

Articolo

Pe. Luiz Carlos de Oliveira

Redentorista

 Essi partirono ma sono con noi

 1957. Dove sei, o morte?

Celebriamo tutti gli anni il giorno dei Defunti. Ricordiamo coloro che fecero parte della nostra vita. È il momento di pensare a quella realtà dalla quale nessuno sfugge. Le Sacre Scritture considerano la morte come frutto del peccato. Vincitore sul peccato, la morte sarà vinta da Gesù come insegna san Paolo: “Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo” (Rom 5,17). Noi crediamo che siamo formati di corpo e anima. Nell’atto della creazione  Ã¨ creata da Dio, per ognuno, un’anima immortale … con la morte c’è la separazione tra anima e corpo, e con la risurrezione ci sarà di nuovo l’unione tra le due.  Parliamo qui un linguaggio umano. Non ci sarà il viaggio dell’anima in altri corpi. Ad ogni corpo appartiene la sua anima. E saremo eternamente gli stessi, e nessuna anima rimane in un deposito in attesa del giorno finale quando la materia sarà glorificata. Come Gesù ha detto al ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso”. Il giorno finale non fa parte del nostro calendario. Come Dio lo farà non  è di nostra conoscenza. La morte non è la fine. La morte è sì, il termine della vita terrestre. Le nostre vite sono misurate dal tempo … la morte appare come il fine normale della vita (CCC 107). Visitiamo i cimiteri, erigiamo delle tombe. Segno che crediamo che quella persona esiste. Non diciamo il padre che avevo, bensì: mio padre, mia madre, che pur morti , continuano ad essere vivi, ma in altra dimensione. La tomba è un memoriale di chi visse sulla terra. Sappiamo che la condizione umana si  modifica. Crediamo nella vita eterna.

1958. i nostri morti sono vivi

La celebrazione dei Defunti, nonostante la nostalgia, è un giorno di vita che si manifesta nei simboli della luce attraverso le candele e la gioia attraverso i fiori. Essi ci portano sempre la certezza della bellezza  che ci attende. Non è bene avere soltanto un giorno per ricordare i nostri cari. È bene ricordare sempre le loro parole. C’è molta confusione a causa delle eredità. Chi ha dato, ha fatto per se, chi riceve pensa solo al diritto di ricevere qualcosa che non ha fatto lui. Perché lottiamo senza fine per agguantare le eredità? Invece guardare e ricordare le parole, i comportamenti, la vita corretta, tutto questo non fa parte delle eredità che interessano. Per queste varrebbe veramente la pensa di lottare. La sensazione che i nostri cari sono vivi e non scomparvero dalle nostre vite è molto ricca e ci aiuta a vivere. Abbiamo un elemento importante che ci mostra la vita alla quale partecipiamo: l’unione con i defunti. Abbiamo la comunione con i vivi, con i santi e con i defunti. Sono le tre Chiese della nostra vita: della Terra, del Cielo e del Purgatorio

1959. Preghiera per i morti

Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 958: “La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e, poiché “santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” (2 Mac 12,46), ha offerto per loro anche i suoi suffragi». La nostra preghiera per loro può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore”. Noi ci appoggiamo nella Bibbia: Giuda Maccabeo fece una colletta per offrire sacrifici per i soldati morti che portavano con se amuleti degli idoli: “è un pensiero santo e salutare pregare per i defunti affinché siamo perdonati dei loro peccati” (2 Mac. 12,46). La nostra preghiera per loro può non soltanto aiutarli, ma anche essere efficace per la loro intercessione per noi”. Come Corpo di Cristo siamo tutti uniti in Lui e tra di noi. La vita di Cristo è in noi e circola per tutto il corpo dei fedeli: coloro che vivono in terra, coloro che vivono nel cielo e  per coloro che defunti sono ora nella purificazione. Per questo preghiamo per loro.  Al loro volta essi pregano per noi. Questa è la dottrina cattolica.


nº 1699

Articolo

Pe. Luiz Carlos de Oliveira

Redentorista

Come essere santo

1960. Santità,affare di tutti

Quando si parla di un santi, già si ha l’idea fissa di quelli conosciuti nelle chiese, dalle nostre devozione e dalle storie che sappiamo.  Santi erano gli antichi. E diciamo: “Chi può essere detto santo nel mondo attuale, tanto pervertito?”. Ogni epoca ha detto di vivere tempi difficili. Se tutte sono difficili è perché sono normali. Non voglio parlare dei santi dei santini, ma dei santi  che si fecero tali  giorno dopo giorno , anche fuori dai quadri delle nostre  “Chiese”. Il santo  dell’altare è stato prima santo della strada, della famiglia, del lavoro della vita del popolo. Poi si vide chi erano. È certo che alla base c’è una  scelta che non annulla i nostri difetti e peccati.  Santo non è un essere impeccabile. Difetti li possediamo tutti. Dio non conta quante battaglie abbiamo vinto, ma quante volte ci siamo rialzati dopo le nostre cadute. Accogliere la propria realtà già è santità. Intanto il santo che cerchiamo sta nella strada. Papa Francesco dice che la santità si costruisce nel quotidiano.  E di questi santi ce ne sono molti. Quanti padri di famiglia, madri, operai, gente semplice e anche gente molto preparata che vive intensamente l’amore per gli altri, impegnati nel lavoro che hanno sofferto per sostenere la famiglia e hanno ancora il tempo per essere felici, partecipare e donarsi. Non disprezziamo certo i modelli antichi. Al contrario, li veneriamo. Essi furono gente del popolo. Dopo la loro morte si scoprì che persone erano. Con il passare del tempo la loro vita brillava con Dio. Essi si consideravano fragili e peccatori, e lo erano. Perché? Perché stavano più  vicino a Dio, vicino alla luce, e lì si vede meglio la nostra realtà

1961. Fascino che sorprende

Cosa fa cercare ad una persona questo modo di vita, che lo fa diverso, pur essendo somigliante a tutti? Non sempre sappiamo spiegarlo, ma è il fascino per il bene, per le cose buone, per la vita, per il bene degli altri, per la Parola e, in fondo, il fascino per quel Dio che li sorprende in modo silenzioso. Cosa fa sì che una madre si dedichi tanto ai figli, o  un padre al lavoro, o un professore agli alunni, o un popolo , in generale, alla vita corretta? Nulla giustifica fare il bene se non c’è questa base che è il Bene Sommo, ciò che chiamiamo semplicemente Dio, Gesù. Quello che vale è quello che c’è nel cuore. E Dio conosce i cuori e non impone regole inutili. Gesù stesso non impose nulla. Basta seguire il cammino. I comandamenti? E Gesù insegnò i suoi: “Che vi amiate gli uni gli altri”. Questo li riassume tutti. Siamo noi che facciamo tante regole, cose esteriori senza l’interiorità del cuore. Presi dalle cose che inventiamo noi, cose che alla fine finiscono per diventare più importanti del Vangelo.

1962.  Vita che si condivide

Rispetto alle “grandi firme” del mondo, c’è la vita normale delle persone che spesso “escono da se stessi” per vivere per gli altri. L’egoismo è il più grande idolo che ci sia. Ed ha una forza grande di creare religioni inutili e vuote. Il fascino di Dio è intimamente legato al fascino per l’altro, che chiamiamo fratello. Chi scopre il Dio di Gesù, scopre il desiderio di Dio. Chi si dedica agli abbandonati si sta dedicando a Dio, anche se non pronuncia il suo nome. Infatti il nome di Dio è impronunciabile perché comprende solo amore. La religione che non si dedica al prossimo, come dovrebbe essere naturale nella pastorale, è opera del male, nega il Vangelo.  Nel testo del giudizio finale di Matteo (25, 31-46) il giudizio sarà fatto, su quello che avremo fatto per il prossimo.  Queste questioni si riferiscono ai grandi problemi del mondo: fame, sete, sofferenze, migrazioni, prigionie e abbigliamento. Questo è il modo necessario per la santità e la salvezza.  Quanto più santi saremo , migliore sarà il mondo.


nº 1649

Articolo

Pe. Luiz Carlos de Oliveira

Redentorista

Risuscitò al terzo giorno

1885. il Signore risuscitò ...

Nell’udire i discorsi degli apostoli dopo Pentecoste, sentiamo il desiderio di questo modo semplici di trasmettere la certezza della Risurrezione di Gesù. Essi affermarono con sicurezza. “noi lo abbiamo visto”!, “ Egli venne in mezzo a noi”. Desiderano trasmettere la loro esperienza di aver vissuto con Gesù in una normalità di vita. “Noi che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo che risuscitò dai morti” (At 10,41). Il vigore di questo annuncio viene dalla certezza dell’esperienza personale. Non si trattava di un defunto che ritornava, ma di qualcuno che morì e passò alla vita da risorto. Il suo corpo non aveva conosciuto la corruzione del sepolcro. La morte non lo dominò. Lazzaro, invece, morì e ritornò alla vita. Ma dopo dovette morire di nuovo. I sommi sacerdoti, del tempo, riconobbero la Risurrezione, tanto che  pagarono i soldati affinchè dicessero che “siccome dormivano, i discepoli vennero e rubarono il corpo” (Mt 28, 11-15). San’Agostino dice: “Se stavano dormendo, come sapevano che erano i discepoli?”. I discepoli erano semplici non poterono inventare queste  storie. Essi stessi, come dicono i discepoli di Emmaus, già consideravano chiuso il “tempo” di Gesù. La Risurrezione è un fatto talmente nuovo e il principio di una vita completamente diversa. Non si tratta soltanto di un fatto storico, ma di n fatto che dà inizio a un mondo nuovo. Ma possiamo dire che non mutò nulla nella storia del mondo. Questo fatto va però al di là della storia  perchè penetra nell’eternità. E qui si  manifesta la forza degli apostoli che compresero la dimensione divina. Dio risuscitò Gesù (At 10,40).

1886. Credo nella Risurrezione

Nel credo professiamo che crediamo in Gesù risorto. Ma non ci vuole molto a dire che questa affermazione non interferisce però nella nostra vita. Nel cattolicesimo occidentale  stiamo vivendo un tempo difficile. Dopo la formazione del cattolicesimo occidentale ci fu la decadenza dell’impero romano con l’invasione dei barbari, gente  che veniva da lontano. Non conoscevano nulla della tradizione o di altra formazione e furono necessari secoli affinchè fossero formati nella cultura occidentale. C’era una distanza dalla cultura e formazione cristiana.  All’inizio del secondo millennio ci dette molto valore agli aspetti umani della vita di Cristo, di maria e dei Santi. La Risurrezione, che è più difficile da spiegare, restò una dottrina un po’ distante. Non influenzava la vita conreta delle persone. A partire dai tempi del rinnovamento che culmina nel Vaticano II,  si è cominciato a dare maggior valore a questo dato fondamentale della nostra fede, collocandolo come fondamento e generatore della vita cristiana.

 

1887. Vivere a partire dalla Risurrezione

Sarà un processo molto lungo passare da una religiosità devozionale ad una fede fondata nella coscienza della Risurrezione come centro della vita cristiana. Essa non elimina la devozione ma la fa diventare solida, nella verità. Il sentimento partecipa all’impegno della fede, ma solo il sentimento non è capace di sostenere la vita cristiana. La fede nella Risurrezione ci unisce a Cristo nel suo passaggio (Pasqua). Dalla morte alla vita. Questo passaggio lo facciamo come i discepoli: vivendo il comandamento nuovo dell’amore. È così che facciamo il passaggio dalla morte alla vita, e cioè usciamo da noi stessi come Cristo uscì da Se e  attuò il passaggio al padre donandosi per i fratelli. Superare l’individualismo di una fede rivolta a se stessi, verso una fede fortificata dall’amore. “Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perchè amiamo i fratelli” (1 Gv.3,14). Questa è la Pasqua del discepolo. È la morte che dà vita.

 



 
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