Gioved' Santo 2018




nº 1733

Giovedì Santo

Pe. Luiz Carlos de Oliveira

Redentorista

In memoria di me

Questo sarà un memoriale

Nella cultura religiosa giudea  c’è questo concetto di memoriale. I cristiani cattolici e orientali hanno questo concetto nella loro fede e nelle loro celebrazioni. Il termine memoriale (anamnesis) non si riferisce alla memoria che è una delle nostre qualità umane. In essa è immagazzinato tutto quello che ci è successo e che noi abbiamo fatto. Invece questo termine “memoriale”  è un termine ebraico (zikaron), esso esprime la presenza attuante del fatto ricordato e celebrato nei riti. La celebrazione rende presente e attuante il fatto di cui si fa memoria. Nell’Esodo leggiamo la legge sulla Pasqua: “Questo giorno sarà per voi un memoriale in onore del Signore, che celebrerete per tutte le generazioni” ( Gen 12,14). E aggiunge: “Quando i vostri figli vi domanderanno: cosa significa questo rito (la Pasqua) , risponderete: “E’ il sacrificio della Pasqua del Signore, quando egli passò davanti alle case dei Figli d’Israele in Egitto, uccidendo gli egiziani e liberando le nostre case” (Es 12, 26).  Ogni giudeo si sente personalmente liberato dall’Egitto. Sempre c’è un senso della presenza personale al fatto del quale si fa memoria. Ne consegue anche che l’azione di Dio diventa presente, come nell’avvenimento storico in cui avvenne il gesto liberatore di Dio. È una libertà per sempre.  Non celebriamo fatti passati, ma il Dio che si è fatto presente con lo stesso vigore liberatore.  Ci sono altri fatti che si collocano nel segno del memoriale: come il passaggio del Giordano con Giosuè che fece un altare di pietre, affinchè quell’avvenimento del passaggio fosse un memoriale  (Giosuè 5,20). Così possiamo capire il senso di memoria.

Memoria sacramentale

Gesù con i suoi discepoli celebra la cena pasquale come un Memoriale, come facevano i giudei tutti gli anni, dalle origini di questa tradizione. Questa cena, nei suoi diversi riti, rende presente la liberazione dall’Egitto. Gesù fa lo stesso. Ma nel momento di fare memoria della liberazione, gli cambia il senso. Non distrugge l’alleanza antica, ma la porta alla sua maggiore realizzazione che è la nuova ed eterna alleanza. Dice: “E prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo distribuì loro dicendo “Questo è il mio corpo che è dato per voi, fate questo in memoria di me. Poi prese il calice: Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue che è versato per voi” (Lc 22,19). Compie lo stesso rito, ma ne cambia il senso. Paolo già conosceva che la tradizione dell’ultima Cena del Signore si era stabilita. Dice come Luca ma aggiunge: “Poichè tutte le volte che mangiate questo pane e bevete a questo calice annunciate la morte del Signore, fino a che egli venga” (1 Cor 11,26),  utilizzando lo stesso termine: “questo è il mio corpo che è dato per voi, fate questo in memoria di me”.  Nella messa diciamo la stessa frase: “Celebrando la memoria della Passione del tuo Figlio, la sua Risurrezione dai morti e la sua gloriosa Ascensione al Cielo ...” (Preghiera n. 1), realizziamo lo stesso mistero. Ogni sacramento, presenza di Cristo, ci rende partecipi del suo Mistero Pasquale (SC 7).

Memoria di Cristo

La memoria ha anche un senso personale. Anche noi possiamo essere memoria viva di Cristo nella sua redenzione. Continuiamo il suo mistero di salvezza. Quanto più vivo il Vangelo e mi unisco a Gesù, tanto più posso essere una memoria viva della sua vita e del suo mistero di redenzione. Lo realizziamo soprattutto quando viviamo intensamente il suo comandamento dell’amore vicendevole. Perchè l’amore? Perchè ogni opera della redenzione si fa nell’amore del Padre che dona suo Figlio, che risponde al Padre nell’amore e ci salva per amore. “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). L’amore col quale Cristo si consegna è presente in tutti i sacramenti.





 
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