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Meditazioni sulle verità di fede






In questo nostro tempo in cui la nostra vita è diventata tanto precaria e incerto il futuro su questa terra, desidero rileggere in chiave sapienziale, le verità della nostra fede.  A chi vuole farmi compagnia, auguro buona lettura!

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Il testo che leggerete è tratto dall’opuscolo: Enrico Zoffoli: Alla scoperta del Padre, quaderni de “Il Segno” -marzo 1996 -

Il padre Zoffoli si spegnerà il 16 giugno 1996, pochi mesi dopo la pubblicazione dell’opuscolo dedicato al “Padre”. Nella premessa egli scrive: “Non ho conosciuto mio padre, morto ancora giovanissimo. Sono cresciuto sorretto dalla fiducia nutrita da mia madre in Dio, invocato sempre come Padre degli orfani. Ora vivo solo nell’ansia del giorno in cui godrò la pace del suo abbraccio paterno. Ho scritto principalmente per me e quanti sono disposti a seguirmi nella ricerca del nucleo più vitale del mistero cristiano”. Ma, più avanti dice di scrivere anche per “il credente che non intende relegare il misticismo tra le nuvole di una spiritualità vaporosa e illusoria, avulsa dalla partecipazione alla vita di Dio nel Cristo”

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Documento

La Trinità

Dio, come è essenzialmente uno, così è necessariamente trino. Ciò perché la trinità delle Persone non si aggiunge all’unità della sua natura come un’accessoria modalità-d’essere. Se ciascuna si distingue dalle altre come Relazione-sussistente, con esse tuttavia s’identifica, essendo tutte il medesimo Assoluto-Trascendente.

Questa la suprema delle verità di fede a proposito della vita intima di Dio, primo dei misteri razionalmente indimostrabile, non essendoci nulla nel mondo che ce ne possa fare arguire la realtà.

Ciò nondimeno, accettata la Rivelazione, il credente può scoprire nell’universo una qualche traccia delle divine Persone. Se Dio è essenzialmente trino, non può non operare secondo tutto quel che è, e quindi non imprimere nelle creature qualcosa di suo, che rimanda non solo alla causalità dell’Atto Puro, ma anche alla vitalità propria delle singole Persone. Come ogni cosa è una, così sembra che presenti una certa trinità, pur restando a livello esclusivamente naturale, d’ordine fisico e metafisico.

Gli esempi non mancano, ed anzi ovunque se ne offrono. Qui è sufficiente averlo accennato. Basta riflettere che, se l’unità è sinonimo di semplicità e la dualità lo è di divisione, la trinità produce armonia, ed è espressione di ricchezza. D’altra parte, è vero che l’uno è principio e misura del numero e, insieme, remoto riflesso di quella Paternità che è propria di Dio quale Fonte dell’essere, per il quale ogni cosa innanzi tutto sussiste come “soggetto” di quanto la riguarda e di essa è predicabile.

La causalità esercitata nel mondo è comune alle tre divine Persone; ma è anche vero che ogni cosa, secondo la sua natura, ritrae la proprietà di ciascuna delle medesime: quella che la costituisce e distingue dalle altre. Se allora, nella sua verità, essa rimanda alla luce del Verbo, e nella bontà è riferibile allo Spirito come Amore nel quale e per il quale tutto è amabile …, bisogna convenire che nella sussistenza – che fonda verità e bontà – ogni cosa riflette il modo-d’essere del Padre. Principio del Verbo e dello Spirito.

Secondo san Paolo, dal Padre si denomina ogni paternità non solo “nei cieli”, ma anche “sulla terra”. Perciò, se ogni cosa, per analogia di attribuzione intrinseca, è divina in quanto è prodotta da Dio, si comprende come non possa non dirsi anche trina. Ovvero: se ogni effetto ritrae la natura della sua causa, e se causa del mondo è Dio quale è in Se – uno e trino – si intuisce che Egli non può operare che come Padre, Figlio e Spirito Santo, imprimendo nella creatura un certo particolare riflesso (=orma) di ogni Persona, ritrovandosi perciò tutto in ogni cosa.

Ovviamente, la priorità si deve al Padre perché da Lui procede l’infinita perfezione del Verbo e, per esso, l’ineffabile potere dell’Amore . Dico al Padre, al quale dobbiamo sempre risalire (come all’Ultimum ad quod recurrimus) anche perché la causalità di Dio, Atto Puro, è sinonimo di una Paternità indifferentemente comune alle tre Persone in quanto supremo ed unico Principio del mondo e della sua storia.

 


Lo Spirito Santo

 

Dio, Bene per essenza, non può non amare Se stesso e tutto l’altro, partecipe della sua bontà. Dalla Rivelazione sappiamo che, se l’Idea che Dio (nel Padre) concepisce di Sé, è una Persona divina, ossia Dio-Figlio: invece l’Amore col quale Egli (nel Padre-per-il Figlio) ama Se stesso, è la terza delle Persone, detta Spirito Santo, il quale è Dio come il Padre ed il Figlio. Di Lui dobbiamo pensare quel che si è affermato del Figlio nei suoi rapporti col Padre. In particolare:

-  Lo Spirito Santo è una vera Persona perché, secondo quanto costituisce e distingue il suo modo d’essere, sussiste, pensa ed ama.

-       È una Persona distinta dal Padre e dal Figlio non perché è Amore (l’Amore come perfezione assoluta spetta a Dio come Atto Puro e quindi è comune al Padre ed al Figlio); bensì perché è l’Amore in quanto procede dal Padre e dal Figlio. È l’Amore che emana come compiacenza che Dio (nel Padre) ha di Sé, contemplando la perfezione infinita della sua essenza, a Lui presente nella Luce del Verbo

-       Procedendo da Dio (come Padre dicente il Verbo e come Verbo detto dal Padre), lo Spirito Santo scaturisce da Entrambi secondo il modo d’essere di ciascuno

-       Egli perciò si dice spirato dal Padre e dal Figlio in virtù dell’unica “spirazione-attiva” ad essi comune, e a loro perciò si oppone, seguendone la Trinità delle Persone quali distinti termini costituiti da opposte relazioni di origine.

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Vangeli, Atti, Lettere degli Apostoli, catechesi dei Padri e Magistero della Chiesa, concordano nel presentarlo come Terza Persona della Trinità; perciò vero Dio al medesimo livello e con la stessa dignità infinita delle Persone da cui procede.

Non dunque forza inconscia ed anonima, perché lo Spirito possiede una sua personalità, pur avendo l’identica natura del padre e del Figlio. Egli infatti ispira gli Agiografi (2 Pt1,21), è il suggeritore degli Apostoli nei tribunali (Mt 10,20); insegna, annunzia, guisa, ricorda, glorifica, consola (Gv 14,26; 16,13; At 2,4; 8,18; 8,39; 10,44; 11,12; 13,2; 16,7; 19,6; 20,23; Rm 8,26; 1Pt 1,11; …)

È detto Spirito del Padre e del Figlio, procedendo dal Padre mediante il Figlio, non essendoci Amore che non scaturisca dalla Luce del Verbo, per cui si dice anche Spirito di Verità (Gv 14,17).

Nell’ultima Cena Gesù promette di pregare il Padre perché agli Apostoli mandi Lui lo Spirito Consolatore (Gv 14,26); ed è certo che il Padre lo manda realmente nel suo nome; si tratta dello Spirito che insegnerà loro ogni cosa e ricorderà quanto il maestro ha insegnato (Gv 14,26).

Lo Spirito di verità, che procede dal Padre, prenderà da Lui e renderà testimonianza al Maestro perché non parlerà di Sé, ma dirà tutto quel che ha udito (Gv 16,14); inoltre predirà loro il futuro e glorificherà il Figlio prendendo da Lui e annunziandolo agli Apostoli (Gv 16,13 ss).

Dunque nello Spirito confluisce la vita del Figlio derivata dal Padre, Principio da cui Spirito e Figlio traggono la propria personalità.

E così Gesù può parlare dello Spirito del Padre che, insieme è anche Spirito del Figlio. Tutto infatti procede dal padre nel senso che lo Spirito riceve dal Figlio, che a sua volta prende dal Padre.

Riepilogando: se in Dio l’unità dell’essenza è indiscutibile, la trinità delle Persone esige quella circolazione di vita, nella quale al Padre spetta una priorità fondata sul naturale ordine di origine di una Persona dall’altra.

 

Il Verbo Incarnato

La divina Persona del Verbo è generata dal Padre nel cui seno vive da sempre e per sempre. Egli emana dal Padre come “luce da luce”, “luce che splende nelle tenebre” (Gv 1,5). Vita che rende “Figli di Dio coloro che credono nel suo nome, non generati dal sangue… ma da Dio, restando perciò ricolmi di grazia e di verità” (Gv 1,12 ss.).

Il Verbo è stato concepito da Maria, fecondata dalla potenza dell’Altissimo (Lc 1,35); ed è per tale privilegio che la Vergine esulta di gioia in Dio suo Salvatore, che in Lei ha operato grandi cose (Lc 1,46 ss).

“Uscito dal Padre” e da Lui “mandato”, è venuto per compiere la sua volontà (Gv 16,28). Fin da giovanetto, non pensa che alla sua causa, lasciando stupiti i genitori che l’avevano smarrito e finalmente ritrovato nel tempio a discutere coi dottori della legge (Lc 2,41 ss)

In realtà sua madre e i suoi fratelli sono soltanto coloro che compiono la volontà dal Padre (Mt 12,48 ss). Volontà che per Lui è tutto. Egli non cerca altro, essendo essa l’unico scopo della sua esistenza. Il cibo di cui si nutre (Gv 4,34); nell’agonia del Getsemani la volontà del Padre lo sostiene stimolandolo ad accettare la morte.

Da parte sua il Padre, al momento del battesimo nel Giordano e poi sul Tabor, lo presenta solennemente come suo “Figlio diletto” nel quale si è compiaciuto (Mt 17,5). Della casa del Padre suo, infatti, Gesù rivendica la santità contro i mercanti che l’avevano profanata, trasformandola in una spelonca di ladri (Gv 2,15 ss)

I rapporti di Gesù col Padre sono assolutamente unici, ineffabili. Come il Padre è sempre attivo - essendo l’Atto Puro – così neppure per Gesù vige la legge del riposo sabbatico (Gv 5,17).

Il Figlio non ha nulla di proprio, non fa nulla da se stesso, ma soltanto quel che vede fare dal Padre (Gv 5,19). Il quale ama il Figlio e tutto a Lui rivela; per cui, quando Gesù si esprime, non fa che ripetere le parole a Lui suggerite dal Padre.

Come il Padre, così anche il Figlio risuscita i morti, avendone da Lui ricevuto il potere, ogni potere (Gv 5,21), compreso quello di giudicare (Gv 5,27) e rimettere i peccati (Mt 9,6). Ciò perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre (Gv 5,22ss).

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Il Padre avendo la vita in se stesso (Gv 6,57), ne ha comunicato al Figlio la pienezza (Gv 1,16), tanto che Gesù può dichiarare di essere “la Risurrezione e la Vita” (Gv 11,25).

Chi non accetta la sua missione, rifiuta la testimonianza del Padre, che interviene operando prodigi perché tutti credano in Lui. Perciò, non avendo accolto Gesù, i Giudei dimostrano di non aver conosciuto ed amato neppure il padre. È per questo che sono inescusabili: veri ciechi, guide di ciechi (Gv 15,22 ss).

Gesù si compiace che il Padre abbia nascosto la sua verità ai sapienti e l’abbia rivelata agli umili (Mt 11,25). Egli invita a Se tutti gli stanchi e gli oppressi per sollevarli con la soavità del suo giogo, stimolando tutti ad apprendere l’umiltà e la mitezza del suo cuore (Mt 11,28)

Dal Padre ha ricevuto tutto, e la conosenza che l’Uno ha dall’Altro è reciproca ed esclusiva; solo il Padre conosce il Figlio, come solo il Figlio conosce il Padre e colui al quale Egli lo voglia rivelare (Mt 11,27).

I farisei che si ostinano ad osteggiare Gesù, non conoscono il Padre. Infatti se il Dio di cui essi parlano fosse realmente il loro Padre, amerebbero anche Lui e ne capirebbero il linguaggio. Perciò, essendo Egli mandato dal Padre, ascolterebbero la sua parola molto più perché non è Gesù a glorificare se stesso, ma il Padre; tanto vero che, se pensasse diversamente, sarebbe bugiardo come loro (Gv 8,31)

Dunque misteriosa quanto evidente l’intimità di Gesù col Padre e del Padre con Lui. Da “Buon Pastore”, Egli conosce le sue pecore, come queste conoscono Lui e ne distinguono la voce. Perciò, nessuna di esse potrà perire, ed è per questo che il Padre lo ama; molto più perché Gesù è disposto a morire per salvarle. Non altro il volere del Padre che gliele ha affidate (Gv 10,11).

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Gli eventi precipitano e l’urto contro il potere delle tenebre si fa sempre più deciso, violento (Lc22,53). Ciò dipende dal fatto che Gesù non può nascondere la propria divina personalità, derivata dall’ineffabile fecondità del Padre.

La morte è imminente, la “sua” ora sta per suonare, decisa dalla congiura del Sinedrio (Mt 26,4). Il peccato dei suoi nemici non ha attenuanti, perché essi l’hanno odiato senza ragione alcuna (Gv 15,21). Ma se tutti lo abbandoneranno, non resterà mai solo, perché con Lui resterà sempre il Padre, che continuerà a glorificarlo con la medesima gloria che aveva prima che il mondo fosse (Gv 16,32).

Nel Getsemani è assalito da una tristezza mortale: suda sangue (Lc 22,40). Non gli resta che il Padre, a cui si rivolge, accettandone i disegni, incondizionatamente. Poi si leva e affronta i soldati che lo catturano e conducono al sommo sacerdote; a cui conferma di essere “Figlio di Dio”, predicendo che un giorno lo si vedrà “venire sulle nubi del cielo, assiso alla destra della Potenza” (Lc 22,65).

Sulla croce, agonizzando, chiede al Padre che perdoni ai suoi crocifissori (Lc 23,34), e spira abbandonandosi nelle sue mani (Lc 23,46).

Chi è dunque Gesù?

Alcuni circostanti riconoscono che è un giusto, un Figlio di Dio (Lc 23.47 ss). Secondo Giovanni è il Verbo. Parola sussistente del Padre (Gv 1,1ss). C’è chi Lo adora come l’irradiazione della sua gloria, impronta della sua  sostanza (Eb 1,3).

Noi sappiamo che per Lui il Padre è tutto. Tutto quel che è, quel che pensa, quel che vuole, quel che dice, quel che opera, lo deve al Padre … chi vede Lui, vede il Padre che opera, lo deve al Padre … chi vede Lui, vede il Padre (Gv 14,9); chi ascolta Lui, ascolta il Padre (Lc 10,16). Chi lo riconoscerà davanti agli uomini, anch’egli lo riconoscerà davanti al Padre (Mt 10,32).

Egli e il Padre sono una cosa sola (Gv 10,30). L’Uno è nell’Altro, procedendo come Dio da Dio, Luce dalla Luce (Gv 14,10 ss). Appunto il mistero di una generazione immanente, che distinguendo le due Persone lascia integra e indivisibile la natura dell’Assoluto, l’Atto Puro.


inserito in giugno 2020



  

 
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