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Le cinque Vie di San Tommaso d'Aquino


   

Le cinque vie – di San Tommaso d’Aquino

 

    

 

    § 1 - Premessa

 

 A livello della conoscenza umana possiamo dire di conoscere una cosa quando siamo arrivati alla scoperta delle sue cause prossime ed anche remote. Non basta soltanto una conoscenza della cause prossime, cioè: un fatto è effetto di una causa che immediatamente lo precede; ma l’essere umano, in quanto essere pensante e autocosciente, si chiede anche la ragione ultima delle cose e di se stesso. Può bastare al chimico, al fisico, al biologo…, ma i principi delle loro discipline derivano  da leggi già date, già esistenti in natura, ed a loro spetta solo svelarle. In quanto uomini, però, non possono non porsi la domanda sull’origine, su chi ha ordinato l’universo in questo modo. L’essere umano può conoscere ciò che è ignorato, ancora nascosto, parzialmente oscuro, egli ha due livelli di conoscenza possibili:

 

        * conoscenza comune
        * conoscenza scientifica

    1.     scienze positive: metodo dell'osservazione
    2.     scienze filosofiche: metodo dell'astrazione


La conoscenza scientifica, si occupa delle cause prossime di un fenomeno, del COME.

La conoscenza filosofica, si occupa delle cause remote, del PERCHE’ profondo delle cose. Tale conoscenza possiamo definirla: “conoscenza del reale ottenuta attraverso la scoperta delle sue cause ultime”, oppure, “ricerca condotta alla luce dell’essere e dei suoi principi”. 

La filosofia non intende certo sostituirsi alla ricerca scientifica, ma concluderla, e questo può farlo in quanto studia l’”ente”, analogicamente comune a tutto il reale, essendo in grado di porsi e risolvere i supremi problemi di esso, alla luce dell’essere, potendo così dare del reale una spiegazione esauriente. Quella parte della filosofia che si occupa del problema dell’esistenza di Dio si chiama teologia naturale teodicea  che è una branca della metafisica generale.

    Metafisica generale:            

    1.     gnoseologia: ente in se

    2.     ontologia: ente nella sua causa (teodicea)

 

 

    § 2 - il problema del metodo o vie di accesso a Dio

 

La ricerca sulla esistenza di Dio, deve partire dalla realtà sensibile, la sola dalla quale il pensiero umano estragga il pensabile; anzi tale ricerca è provocata dalla necessità di rispondere al “perché” del mondo e dell’uomo, in quanto questa realtà si presenta apparentemente contradditoria esige pertanto di essere ricondotta a principi logici che la giustificano. Se invece tale realtà fosse tutta coerenza e intelligibilità noi non avremmo bisogno di porci il problema di Dio, poiché questa realtà avrebbe in se la ragione della propria esistenza e coinciderebbe con Dio stesso. Ma la ricerca di Dio corrisponde invece al rapporto che c’è tra relativo e assoluto, tra imperfetto e perfetto ecc. la storia del pensiero umano ha conosciuto vari metodi, o vie di accesso a Dio:

    1)    a priori                 2)    a posteriori

Nel percorrere queste vie la “scienza filosofica” impiega il ragionamento , o dimostrazione, partendo da qualche elemento o nozione già nota. Anche per Aristotele e Tommaso la conoscenza filosofica non è il passaggio dalla ignoranza assoluta ad un sapere determinato, ma è un processo che ha un momento iniziale e uno finale, è passare dall’imperfetto al perfetto, dalla potenza all’atto, e alla fine del cammino si avrà un ampliamento della conoscenza.

    (di solito prima di iniziare una ricerca si deve avere una certa nozione dell’oggetto, nozione che funga da “ipotesi di lavoro” che deve essere poi confermata o scartata dall’applicazione di un metodo. Una nozione preliminare di Dio può essere: “Dio esiste”, ora proprio di questa nozione noi dobbiamo dimostrarne la possibilità).


    1° metodo – a priori

 Per dimostrare l’esistenza di Dio, col metodo “a priori”, si parte dalle cause per arrivare agli effetti. In questo caso parte dall’essenza divina per dedurne il fatto della sua esistenza. E’ detta anche prova ontologica o a simultaneo. Primo a formularla fu S. Anselmo, il quale concepiva Dio come : “ciò di cui non si può pensare nulla di più eccellente”, fu confutato da Gaunilone e Tommaso, in quanto fa un passaggio indebito dalla essenza alla esistenza dal regno del possibile a quello del reale. Non è del tutto sbagliata, ma l’esistenza che si vorrebbe dedurre resta solo pensata non fatto concreto. Forse ha evidenziato il fatto che nell’idea di Dio l’essenza si identifica con l’esistenza.

    2° metodo – a posteriori

Tale metodo parte dagli effetti per risalire alla causa. I principi filosofici sui quali si basa sono:

    - non contraddizione e - causalità proporzionata

    a) per il principio di non contraddizione: una stessa cosa non può simultaneamente essere e non essere;

    b) per il principio di causalità: ad un effetto deve corrispondere una causa strettamente proporzionata a produrlo.

Questo perché ogni ente è composto di : potenza e atto, e per passare all’atto c’è bisogno che qualcuno lo muova. Questa loro composizione fa di loro degli enti contingenti che non hanno in se la ragione sufficiente della loro esistenza, ma la dipendono da un altro. Altre formulazioni di tale principio sono:

    -         tutto ciò che inizia ha una causa;

    -         tutto ciò che è mosso è mosso da un altro

    -         tutto ciò che è contingente ha bisogno di una causa

riassumendo: tutto ciò che ha l’essere per partecipazione, è causato da ciò che è per essenza, poiché: nulla può essere causa di se stesso  e nessuna cosa può produrre un effetto superiore a se stesso.

 

    § 3 -  Struttura delle vie


 Il metodo usato da S. Tommaso nelle sue 5 vie per arrivare a Dio, è quello a posteriori, appunto egli parte dalla osservazione della realtà, riflettendo su di essa, ne constata la insufficienza, e risale ad una causa prima incausata, esclusa la quale l’uomo resterebbe chiuso nell’assurdità sua e del mondo che lo circonda. 

 

Il procedimento dialettico delle cinque vie tomiste è costituito da un sillogismo. In esso la premessa maggiore prende avvio da un fatto d’esperienza evidente, di cui si cerca la spiegazione filosofica radicale, in quanto mostra di essere ontologicamente insufficiente. La premessa minore, si divide a sua volta in due parti: a) vi si stabilisce che quel determinato fatto non ha in se la ragione della sua sufficienza, occorre ricorrere a una causa diversa che lo spieghi. Qui trova applicazione il principio di non contraddizione. Generalmente il procedimento della prima parte della premessa minore è questo: ciò che non ha in se stesso la sua spiegazione, non può averla dal nulla, perciò l’ha da un altro, appunto perché una cosa non può essere e non essere allo stesso tempo; b) non basta un altro qualunque per spiegare una data perfezione, ma occorre che questo altro sia il “sommo” quanto alla perfezione, che sia causa di tutto l’esistente e ragione di se. In quanto non si può procedere all’infinito nella serie delle cause seconde perché sarebbe una evasione che moltiplica all’infinito il problema senza spiegarlo. La conclusione del sillogismo rimane così acquisita, in quanto si tratta per sua natura senza inutili rimandi ad altri che l’hanno solo per partecipazione. E per forza di cose questa causa risulta essere Dio.


     § 4°) Analisi delle cinque vie

 

    Prima Via : ex moto – il movimento

È evidente, ce lo attestano i sensi, che in questo mondo le cose si muovono. Ora tutto ciò che si muove è mosso da un altro, e questo da un altro ancora (le cause seconde). Può muovere solo chi possiede il movimento in atto, cioè il movente muove in quanto è in atto. Muoverre è far passare qualcosa dalla potenza all’atto. Ma nulla può passare dalla potenza all’atto, se non in forza di qualcosa che è già in atto. In quanto non è pissibile che la stessa cosa sia nello stesso tempo movente e mossa, ossia che muova se stessa. Dunque è necessario pervenire ad un primo motore immobile, che muova e non sia mosso da nessuno, che tutti ritengono Dio.

 Collegato con il discorso del moto è quello del divenire, che costituisce anzi il movimento positivo del moto stesso, inteso almeno come passaggio da uno stato di potenza o inerzia, a uno stato di attualità o possesso del bene, scopo del movimento.

 Ora per spiegare tale passaggio si deve ricorrere all’Atto puro. Questo perché ciò che diviene non può divenire da se, indipendentemente da un principio esterno che lo avvii.  Il divenire diviene solo perché è in potenza rispetto alla perfezione che tende ad acquisire, perché tale perfezione ancora non la possiede, altrimenti non la cercherebbe, non può però divenire da se  perché non può darsi ciò che non ha, nel caso dovrebbe già essere  perfetta per attuare e non essere per attuarsi, ma un essere che contemporaneamente è e non è, è contraddittorio, non esiste perché si annulla. Bisogna perciò ricorrere a un principio attuante e non attuabile quale solo l’Atto puro può essere, che essendo essere Sussistente è anche la suprema causa realizzatrice, capace di attuare tutte le potenze e tutte le forme del divenire. Senza un tale Essere ci sarebbe l’inerzia assoluta, nessuna novità esistenziale.


    Seconda Via: ex causa – causalità efficiente

 

È evidente, che ci sono cose che cominciano ad esistere. Ma non è possibile che una cosa sia causa efficiente di se stessa. Se così fosse dovrebbe essere anteriore e a se stessa, il che è impossibile. Inoltre non è possibile che nella serie delle cause si possa procedere all’infinito, bisogna, dunque, ammettere una Prima Causa Efficiente Incausata, tale è solo Dio, ragione di se e causa di tutto ciò che è distinto da se.


    Terza via: ex contingentia – contingenza

 

È evidente, che nella realtà le cose si generano e si corrompono cioè possono essere e cessare di essere, e ciò che ha una tale natura è impossibile che esista sempre. Infatti vediamo che nella realtà, composta di cose e persone, tutte hanno un inizio e possono avere tutte una fine. Questo poter essere e non essere è indice della non necessità degli enti i quali possono, appunto, perdere ciò che hanno ricevuto, non dipendendo da loro il f atto della propria esistenza. Per cui se tutto ciò che compone la realtà sensibile è corruttibile, dimostrando di non avere in se stesse la ragione della propria esistenza (nel qual caso sarebbero necessarie, cioè sarebbero Dio), debbono dipenderla da un altro la cui essenza sia il suo stesso atto d’essere, ossia il Necessario per sé, colui che non può non esistere, poiché diversamente ci sarebbe il nulla. E questo Necessario è Dio.

 

    Quarta via: ex gradu – gradi di perfezione

 È evidente, che nella realtà ci sono dei gradi di perfezione. Ogni creatura infatti possiede la perfezione secondo un particolare grado che gli è proprio. Si verifica, così, una gerarchia per la quale una cosa risulta più o meno perfetta di un’altra. La perfezione pura, separata, è invece tutta e solo se  stessa, unica, infinita, non suscettibile di aumenti o diminuzioni, essa è la causa delle perfezioni ricevute da soggetti, che la possiedono secondo un particolare modo o grado, i quali, non essendo la perfezione posseduta, perché non si ha in modo assoluto ciò che lo si ha per un altro, non possono darsela e per averla devono dipendere da chi è la perfezione stessa, cioè Dio, perfezione delle perfezioni.


    Quinta via: ex fine – finalismo

 È evidente, che ogni ente agisce in vista di un fine. Infatti senza uno scopo da raggiungere nessun agente, pur provvisto di una grande carica energetica, produrrebbe nulla, ma tutto resterebbe inerte. L’esistenza del finalismo in natura è anche ciò che rende possibile la scienza, perché la natura predeterminata a comportarsi in un determinato modo, permette di individuare le leggi indotte dall’osservazione dei fenomeni. Il finalismo in natura è innegabile ma l’uomo deve solo scoprirlo perché non lo ha determinato lui. Il finalismo di cose e persone che non si sono pre-ordinate autonomamente ma hanno scoperto successivamente tale loro finalismo, deve farsi risalire a quella energia finalizzatrice che si identifica con il pensiero Assoluto, il solo che possa giustificare l’ordine col quale ogni agente tende ad un fine, rispetto al quale è passivo, non essendosi finalizzato da se. Tale  Pensiero Assoluto è Dio, suprema sintesi di Pensiero-Essere ed Essere-Pensiero, cioè Essere Sussistente.


    § 5° - perenne validità delle vie tomiste

 

Sulle vie tomiste è abbastanza diffuso un certo scetticismo che in primo luogo dipende dalla confusione tra valore logico ed efficacia psicologica di un argomento. È vero che probabilmente nessuna persona avrà creduto in Dio in virtù di una dimostrazione filosofica, ma, appunto, qui il centro del problema non è l’efficacia psicologica degli argomenti tomisti, bensì il loro valore logico. Il vero problema è vedere se un uomo che ha già la fede possa dare di essa anche una giustificazione razionale o sia costretto a rimanere chiuso nel soggettivismo delle sue impressioni del: io sento, mi piace….

 La fede è un atto umano, anche se deriva dal dono e dal privilegio divino, ma l’uomo non deve credere se non ha valutato opportunamente che deve farlo, per questo la ragione è una ancella della fede, come la filosofia lo è della teologia. Accertatosi che l’oggetto della propria fede non è assurdo, ma credibile, l’uomo apre il suo cuore a Dio, gli dà il suo sì, l’assenso della sua fede, che a questo punto non può definirsi un salto nel buio. Altri accusano le vie tomiste di essere legate a teorie scientifiche oggi sorpassate (dicono in malafede, loro!), ma in esse in realtà è molto più evidente il carattere metafisico delle argomentazioni che quello scientifico, e se sono state accompagnate in San Tommaso da teorie scientifiche che oggi accantoniamo ciò non le rende dipendenti da esse. Invece, al di là di tutti i corollari, le cinque vie vogliono dimostrare che il mondo dell’esperienza non è davvero pensabile se non in rapporto a Dio. Come aveva intuito lo stesso Hegel nella “Enciclopedia”. Un terzo motivo di sfiducia molti lo vedono nella molteplicità delle vie, perché pensano che una sola dovrebbe essere la dimostrazione dell’esistenza di Dio, ma questo potrebbe essere solo se di Dio noi ne avessimo già un concetto, cosa che possiamo farci, invece, solo alla fine di una ricerca razionale basata sulla esperienza, la sola che ci offra il pensabile. Per cui le vie suppongono che l’uomo non abbia il concetto di Dio prima di averne dimostrata l’esistenza. O meglio, un concetto di Dio nell’uomo esiste, almeno a livello di senso comune, che dovrà essere poi verificato e purificato da una ricerca più approfondita seria ed onesta.

Le cinque vie partono dunque da ciò di cui si ha esperienza e approdano al punto di dire che ciò di cui abbiamo esperienza non potrebbe esistere se non esistesse un’Altra realtà che chiamiamo Dio. Il presupposto delle vie è che il contraddittorio sia anche impossibile, perché se la realtà si esaurisse tutta e solo in ciò di cui si ha esperienza resterebbe contraddittoria perché esige l’esistenza di un Altro come condizione della sua esistenza. Vediamo, perciò, come la contingenza costituisce il punto di arrivo e non di partenza delle vie tomiste. Perché se noi cogliessimo subito tale contingenza della realtà ne coglieremmo subito anche la dipendenza da un Altro.

Le cinque vie non si propongono questo, ma intendono scoprire cinque segni diversi di contingenza, proprio perché noi non intuiamo immediatamente la dipendenza delle cose da un altro (da Dio), dobbiamo andare in cerca di questi segni, dobbiamo interrogare le cose sotto diversi aspetti. Punto di avvio delle cinque vie è invece  costituito dal problema del moto, prima e più manifesta via di accesso all’esistenza di Dio.

Una caratteristica che vale la pena sottolineare a proposito delle cinque vie è che a differenza della  critica kantiana, le vie non arrivano alla affermazione della esistenza necessaria di un “X” che non si sa cosa sia, ma arrivano alla esistenza di una realtà (X) già determinata da un certo numero di attributi che abbiamo visto sono:

  •  indivenibilità o Atto Puro
  • la Causa Prima
  • la Necessità
  • il Sommamente Perfetto
  • il Solo Intelligibile

Tali attributi non vengono appiccicati alla essenza facendo surrettiziamente ricorso alla prova ontologica, ma vengono inferiti da una realtà che per essere spiegata esaurientemente ha bisogno di un essere con quelle caratteristiche, altrimenti resta nella sua assurdità. Con queste vie, dunque, non abbiamo l’intuizione di Dio, non conosciamo la ragione per cui Dio è; ma conoscendo il mondo, che pur si dimostra intelligibile e scoprendo in esso certi sintomi: che è provvisorio; che non ha in se la sua spiegazione; per tutto questo rimanda ad un Altro che, per spiegare tale realtà conosciuta, dovrà avere certi attributi, come abbiamo visto, i quali in un certo modo aprono la strada all’accoglienza di Dio, quanto nel fatto che esse indicano il procedimento che ogni uomo pensante può seguire nell’elevarsi a Dio. Un’altra difficoltà che può trovare l’accoglienza delle vie tomiste la possiamo vedere nella critica al principio di causalità che insieme a quello di non-contraddizione fonda la base delle vie tomiste, critica già di Hume e Kant.  La negazione di questo principio emerse, come logica conseguenza, quando all’inizio della filosofia moderna si cominciarono a trovare pregiudizi sul valore delle nostre conoscenze.

 Hume dice che è oggettiva solo quella conoscenza derivata dai sensi i quali perciò percepiscono solo la successione dei fenomeni, non il loro nesso causale, il quale invece deriva dall’abitudine soggettiva umana ad abbinare i fenomeni successivi;

Kant, anche per lui il p.d.c. non ha valore oggettivo ma solo soggettivo in quanto che esso è una legge stabilita dalla mente e non attinta dalla realtà perché la nostra conoscenza sensitiva è di enti singolari i quali possono darci materia solo per giudizi particolari e non universali.

 Contro entrambi diciamo che la nostra conoscenza oggettiva non è limitata a quello che percepiamo con i sensi perché oltre a essi abbiamo l’intelletto (senso interno) col quale possiamo valicare i confini del mondo fenomenico e penetrare l’intima natura delle cose e vedere le leggi universali che regolano la realtà. Invece il principio di causalità (sia efficiente che finale) è assolutamente certo, poiché fondato nelle stesse essenze sia dell’ente composto che dell’ente dell’agente, e scaturisce da esse come proprietà essenziali. Inoltre è anche un principio universale, vale per ogni ente composto e per ogni agente. Tale principio perciò non può essere negato senza contraddizione e questo dipende dalla sua stessa indole perché se esso viene negato immediatamente porta con se la negazione del principio di non-contraddizione. E questo non nel senso che dipende dal principio di non-contraddizione ma in quanto parlare di composto-non causato equivale a dire composto-non composto, o di agente-non agente, poiché nel concetto di ente composto è implicito quello di avere una causa in quanto non è ente per essenza. Perciò anche il principio di causalità, con quello di non-contraddizione, è per se noto e coloro che  lo negano affermano tale carattere nello stesso momento in cui lo negano.


    § 6° - Ragione e fede

 Il rapporto ragione – fede, o filosofia-religione, dal periodo illuministico in poi si è pensato si tratti di due opposte sfere della vita umana. L’ambito della filosofia è quello della razionalità, quello della religione è l’ambito del sentimento, della cieca e istintiva fede. Ne è derivata la diffusa convinzione che per essere cultori del sapere bisogna liberarsi da qualsiasi fede religiosa, e viceversa, per essere veri credenti rinunziare alla libertà del pensiero. Ma le cose non stanno così. La Religione se ha per oggetto Dio, onorato come Assoluto Personale, è in relazione con la filosofia, suprema delle scienze, che proprio nell’Assoluto Personale, ricerca la suprema causa dell’universo, e cioè la definitiva spiegazione razionale delle cose. Religione e filosofia si distinguono solo perché la filosofia impegna l’intelletto speculativo, aperto alla verità in se, mentre la religione convoglia tutto l’essere umano incontro a Dio nella piena disponibilità al suo volere che è trasporto d’Amore. La religione suppone la trascendenza come alterità di Dio dall’uomo e radicale dipendenza dell’uomo da Dio. La filosofia salva tutto questo appunto in quella sua ricerca della Suprema Causa del mondo, di un mondo che, non potendo spiegare razionalmente se stesso, postula necessariamente l’Assoluto ed ecco il Dio del “filosofo” che è insieme il Dio del “credente”.


Filosofia e Religione sono in perfetto accordo al punto che una filosofia che non tende a sublimarsi in preghiera e una religione, che almeno confusamente, non sottende una ragionata certezza di Dio, sarebbero  contraddittorie. Il filosofo sarebbe allora preso dalla falsa luce di idee vuote, e il credente resterebbe vincolato nella superstizione scambiando Dio con gli idoli creati dalla sua fantasia e dalle oscure forze del sentimento. Anzi possiamo a buon diritto parlare anche di una filosofia cristiana, né deve sembrare assurdo l’aggettivo. Cristiana deve dirsi una filosofia se dalle fonti della Rivelazione ha saputo trarre una serie di grandi tesi razionalmente dimostrabili in risposta ai problemi fondamentali del pensiero. In tal caso la filosofia che ne scaturisce ha la sua origine nel fatto storico del cristianesimo ma si afferma sempre in modo autonomo in quanto, per se stessa, muove da premesse non credute, ma derivate dalla esperienza e dalla riflessione sistematica, arrivando a conclusioni imposte solo dall’evidenza, indipendentemente da qualsiasi autorità divina ed umana. La filosofia dunque per oggetto e metodo è vera disciplina razionale non può definirsi né cristiana nè non-cristiana, essa è vera o falsa per se stessa, come non si dà una matematica inglese o francese. Tuttavia possiamo parlare di filosofia cristiana, distinta, superiore e irriducibile a tutte quelle del pensiero antico e moderno, perché nella tesi dell’Assoluto primato dell’Atto d’essere derivata dalla luce della Rivelazione riconosce il fondamento dell’unica e definitiva interpretazione della realtà. Non può essere che questa la filosofia che apre al Mistero Personale, giustifica la possibilità di una sua rivelazione, dispone l’uomo alla fede. Ora l’unico Mistero Personale oggettivo è appunto quell’Essere Sussistente conquistato come supremo approdo dell’intelligenza umana. Ed eccoci alla “filosofia data ai greci (e per essi al mondo) come pedagogo che conduce a Cristo” (Clemente Alessandrino ne: Gli stromati)


 

    § 7 - Conclusione

 

Al termine di questa breve e sommaria ricerca si può concludere che la conquista dell’esistenza di Dio è di competenza della ragione e non della fede. Il vaticano I ha dato una conferma solenne al proposito della conquista razionale di Dio. Il papa Paolo VI in un suo discorso ebbe a dire che la chiesa “rimane ferma anche se dovesse rimanere sola nel rivendicare alla ragione questa suprema possibilità”, affermando decisamente la capacità della Ragione naturale ad esprimersi il vero contro ogni scetticismo derivato dall’agnosticismo Kantiano intollerabile di ogni certezza.   

 

    da un brano dell'Enciclica: "Fides e Ratio" di Giovanni Paolo II

    (n. 4, 3° §)

 " ... è possibile riconoscere, nonostante il mutare dei tempi e i progressi del sapere, un nucleo di conoscenze filosofiche la cui presenza è costante nella storia del pensiero. Si pensi, solo come esempio, ai principi di non contraddizione, di finalità, di causalità, come pure alla concezione della persona come soggetto libero e intelligente e alla sua capacità di conoscere Dio, la verità, il bene; si pensi inoltre ad alcune norme morali fondamentali che risultano comunemente condivise. Questi e altri temi indicano che, a prescindere dalle correnti di pensiero, esiste un insieme di conoscenze in cui è possibile ravvisare una sorta di patrimonio spirituale dell'umanità. E come se ci trovassimo dinanzi a una filosofia implicita per cui ciascuno sente di possedere questi principi, anche se in forma generica e non riflessa. Queste conoscenze, proprio perché condivise in qualche misura da tutti, dovrebbero costituire come un punto di riferimento delle diverse scuole filosofiche. Quando la ragione riesce a intuire e a formulare i principi primi e universali dell'essere e a far correttamente scaturire da questi conclusioni coerenti di ordine logico e deontologico, allora può dirsi una ragione retta o, come la chiamavano gli antichi, orthòs logos, recta ratio".

 

    

Crediamo che le prove dell'esistenza di Dio di San Tommaso d'Aquino rappresentino una parte considerevole del patrimonio spirituale dell'umanità, cui si fa cenno nel brano riportato.

 

    

 

(Da un lavoro scolastico-universitario- della redattrice del portale- ame.)





        

 

 
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